D'Annunzio aderì al gusto dominante negli ambienti artistici di fine Ottocento e inizio Novecento, quello dell'estetismo, di cui fu attento interprete. L'estetismo, ovvero il culto e la ricerca del bello come ideale supremo, da perseguire come fine a se stesso, diventa per d'Annunzio ideale di vita. In ogni esperienza dell'esistenza e della comunicazione (gesti, linguaggio, abbigliamento, comportamenti) egli cerca di imprimere una sensibilità e un gusto nutriti dall'amore per la bellezza. Il mito dell'esteta, già presente nei romanzi di Oscar Wilde, implica una visione aristocratica della vita che si riflette sia nei personaggi dei romanzi dannunziani, sia nelle scelte di vita dell'autore stesso. D'Annunzio vivrà in dimore princpesche, circondato di oggetti preziosi aspirando, come dice di Andrea Sperelli, protagonista del suo "Il Piacere" a "fare della propria vita un'opera d'arte". La bellezza appare l'unico valore supremo al quale tutti gli altri sono subordinati, a cominciare da quello dell'eguaglianza democratica. L'ideale dell' "Arte per l'Arte", nasconde, d'altra parte, un tentativo di reagire alla logica del mercato e alla mercificazione dell'opera d'arte che finisce per mortificare la creatività dell'artista. I personaggi dei romanzi dannunziani combattono tutti per preservare la Bellezza che è minacciata, nel mondo, dai pericoli della modernità, della logica del profitto, del cattivo gusto delle masse, della democrazia e dell'egualitarismo.