La teoria degli atti linguistici di Austin

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Difficoltà: difficile
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Introduzione

Il titolo che abbiamo impostato a supporto della nostra guida, vi spiega già in partenza molto bene cosa andremo a trattare al suo interno. Nei quattro passi che seguiranno la breve introduzione, vi spiegheremo la teoria degli atti linguistici di Austin. Possiamo subito incominciare con le nostre valutazioni su questa tematica, che ritengo particolarmente interessante.
Nell'anno 1955, il filosofo e linguista inglese John Langshaw Austin sostenne una lezione nella prestigiosa Università di Harvard intitolata “How to do things with words” (ovvero "Come fare cose con le parole), durante la quale nacque ufficialmente la nota teoria degli atti linguistici. Essa è fondata sul presupposto che, con un "enunciato" (sequenza sintatticamente definita di parole esprimenti un senso compiuto), non soltanto si descrive soltanto il contenuto di un concetto (sostenendone o negandone l'autenticità), ma è possibile eseguire delle reali azioni comunicative finalizzate all'esercizio di un particolare influsso sul mondo circostante.

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La teoria degli atti linguistici

Il linguista inglese Austin sostiene che tutta la nostra comunicazione a livello verbale, dev'essere intesa come una vera e propria azione e, conseguentemente a questa premessa, l'enunciato che viene espresso non è scollegato dal resto ma è collegato. Qualsiasi tipologia di enunciato viene sia detto che fatto, oppure può indicare uno stato in cui si trova il soggetto. Facendo un esempio, potremmo immediatamente cogliere meglio i contenuti. Partiamo dall'enunciato: "Mio padre dorme sul divano". Questo enunciato va a esplicitare delle sfumature differenti di significato, e non è semplicemente una frase detta esclusivamente per descrivere una determinata situazione. In base al contesto questa frase può cambiare il suo significato: se una persona viene a casa e pronunciamo quella frase, l'enunciato può significare "non parlate ad alta voce perché potreste svegliare mio padre"; se invece pronunciamo quella frase al telefono, magari stiamo comunicando al nostro interlocutore che non possiamo parlare di un argomento, perché il padre potrebbe svegliarsi e sentire. Insomma, ogni frase non è solo descrittiva, ma in base al contesto, invita inevitabilmente il nostro interlocutore a fare un'azione. Per spiegare meglio, propongo un altro esempio: A: "Gradiresti un caffè?"B: "no, grazie, non bevo caffè." Nella semplice risposta di B, A è invitato ad offrire qualche altra bevanda a B, anche se quest' ultimo non l'ha richiesta esplicitamente. La risposta di B non solo descrive un'azione, ma nello stesso tempo ne compie un'altra, e cioè quella di mettere A in condizione di offrirgli qualche altra cosa da bere. B si aspetta quindi che A tenga un comportamento conforme alle sue aspettative. In base a queste osservazioni, il filosofo inglese classificò gli atti linguistici secondo una teoria generale che non individua le varie tipologie di enunciati, ma scompone il singolo enunciato nei tre livelli in cui può essere analizzato.

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L'atto locutorio

Andando a occuparci dell'atto locutorio, esso possiamo definirlo come il potere di riuscire a costruire un determinato enunciato andando a esprimerlo tramite un lessico che sia appropriato al contesto e alle regole della grammatica della lingua parlata. In questo modo, riuscirete a diffondere un determinato significato volontariamente e razionalmente a terze persone.

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L'atto illocutorio

L'atto illocutorio è l'intenzione che viene perseguita pronunciando un enunciato, ovvero il fine verso cui l' enunciato mira e il modo in cui esso invita ad essere interpretato. Facendovi un semplice esempio, l'enunciato specifico:"in questa stanza c'è aria viziata", si pone come obiettivo quello di andare ad annunciare preventivamente all'interlocutore di turno che si sta andando ad aprire la finestra o, in alternativa, lo si sta invitando a farlo personalmente.

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L'atto perlocutorio

Conseguente all'atto illocutorio, è la terza componente dell'atto linguistico, ovvero atto perlocutorio che indica quindi l'effetto che s'ottiene pronunciando un enunciato. Le reazioni di un atto illocutorio, possono essere svariate: possono invitare l'interlocutore a fare qualcosa, possono suscitare emozioni positive o negative, Nell'atto perlocutorio, quindi, il parlante si prende carico delle conseguenze di ciò che ha pronunciato.
Andnado a concludere il ragionamento che abbiamo compiuto all'interno di questi quattro passi, vorrei consigliarvi un approfondimento tematico tramite alcuni link esterni, che vi ampino le conoscenze su questo contenuto. Eccovi un link che potrebbe esservi utile: http://www.filosofico.net/austin.htm.

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