La figura dell'inetto in Svevo

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Difficoltà: media
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Introduzione

Il filo conduttore che connette tutti i romanzi di Svevo è il tema dell'inettitudine, incapacità di vivere pienamente, che si configura come malattia da cui i protagonisti sveviani sono affetti. Il male di vivere è un tema persistente, che accomuna i protagonisti di "Una vita" (all'origine, per l'appunto "Un Inetto"), di "Senilità" e de "La coscienza di Zeno": essi sono tutti degli inetti, ma in modo diverso l'uno dall'altro. Descriviamo, allora, la figura dell'inetto in Svevo.

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Occorrente

  • Romanzi di Italo Svevo
  • Manuale di letteratura
  • Estrema attenzione nella lettura
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Chiariamo cosa sta ad indicare l'attributo "inetto": egli è un uomo inadatto alla vita, abulico, insoddisfatto ma irresoluto, incapace di cogliere i momenti importanti dell'esistenza per approfittarne e goderne. È uno sconfitto che è vittima di sé stesso, della sua psicologia tortuosa e tentennante, della sua mutevolezza, dei suoi ripensamenti delle debolezze che producono lo scarto tra propositi e azioni reali. L'inetto cade dunque nella trappola costituita da se stesso, invischiato nella palude della sua interiorità che lo schiaccia e gli impedisce di vivere veramente. Il primo romanzo di Svevo si chiama "Una vita": nel romanzo viene raccontata la storia di Alfonso Nitti che, trasferitosi dal suo paese, diviene impiegato di una banca. Conosce Annetta, figlia del principale, se ne innamora ed è ricambiato. Quando sta per celebrarsi il fidanzamento ufficiale, improvvisamente sparisce e torna al suo paese. Dopo tempo decide di ritornare ma tutto è cambiato: Annetta si fidanza con un altro, nel posto di lavoro gli vengono assegnati mansioni inferiori rispetto a prima. Sfidato a duello dal fratello della sua ex fidanzata, Alfonso decide di suicidarsi.

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Nel suo secondo romanzo, "Senilità", Svevo ci presenta una nuova sfumatura dell'inettitudine e un nuovo personaggio che ne soffre: Emilio Brentani. L'aggettivo "senile" del titolo è rivolto a lui, che è un inetto come Alfonso Nitti, ma non per l'incapacità di vivere nel luogo in cui è nato, bensì per la vita che conduce: una vita talmente grigia e monotona da poter essere paragonata a quella degli anziani, indissolubilmente legati alle loro abitudini e tradizioni e alla loro quotidianità.

Continua la lettura
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Se nei primi due romanzi l'inettitudine era individuale, le vicissitudini personali di Svevo e la Grande Guerra che precedettero la gestazione del terzo romanzo, "La coscienza di Zeno", modificano questa condizione, generalizzandola e rendendola universale, tanto che l'autore arriva alla conclusione che la vita è una malattia e che il nostro inconscio iperattivo, incontrollabile e perennemente soffocato ne è la conferma.

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Per concludere, possiamo definire l'inetto di Svevo come un antieroe, un uomo incapace di vivere la vita reale e che è quindi costretto, il più delle volte, a fare appello alla ricchezza della propria vita interiore. È un vinto dalla vita, un uomo che non possiede qualità e che quindi incapace di intervenire nel mondo. Egli non è idoneo a vivere in quel meccanismo sociologicamente definito come "inesistente" e "pura invenzione dell'intelletto umano" che è la società, non è capace di rapportarsi con gli altri, ma a differenza di tutti gli "altri", cioè del resto degli uomini che vivono in quella società, ne è pienamente consapevole. Sì, perché inetti siamo anche noi, noi tutti che viviamo "bene" nella nostra società.

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Consigli

Non dimenticare mai:
  • Per uno studio più approfondito su Svevo e l'Inettitudine, si consiglia di attrezzarsi di materiale per lo studio della sociologia e di Freud

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