L'origine della tragedia greca

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Introduzione

Quando si parla di tragedia greca, sono tre gli autori principali che anche chi non conosce approfonditamente l'argomento è portato a citare: Eschilo, Sofocle ed Euripide. Ma la tragedia greca è un fenomeno incredibilmente più ampio, che abbraccia la storia greca e modelli di comportamento tipici del periodo. Riguarda principalmente la riproposizione del mito come una galleria di comportamenti estremizzati; ciò che sappiamo è che si è sviluppata tra il 500 e il 480 a. C, prima che un editto ateniese bandisse la produzione di nuove tragedie. L'origine della tragedia greca, però, rimane in ogni caso un vero e proprio mistero.

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Il periodo storico

Prima di parlare dell'origine della tragedia, è opportuno conoscere il periodo storico in cui ci troviamo. Siamo tra il 500 e il 400. Nel 480 abbiamo la battaglia di Salamina che decreta la vittoria dei Greci contro i Persiani proclamando, di fatto, la supremazia ateniese. Poi abbiamo la Costituzione della Lega Delio-Attica prima e lo spostamento del suo tesoro da Delo ad Atene. La guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, che scoppia nella seconda metà del 400, decreta l'inizio del declino ateniese che si concluderà solo con la vittoria militare di Sparta ad Egospotami nel 404. Tutti questi episodi, in particolare quelli della guerra persiana, sono comuni a tutti e tre gli autori.

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Il "canto dei capri"

Passiamo ora all'origine della tragedia greca, partendo dal nome in sé: esso deriva dal greco τραγῳδία, che a sua volta deriva dall'unione delle radici di "capro" (τράγος / trágos) e "cantare" (ᾄδω / á(i) dô) e significherebbe perciò "canto dei capri". Secondo Aristotele, la sua origine va collegata ai rituali dionisiaci basati sul "ditirambo", un canto corale in onore di Dionisio da parte dei satiri (per metà uomini e per metà capri). Ma l'ipotesi che il termine "tragedia" indichi "un canto sul capro" oppure "canto per il capro" (animale considerato vittima sacrificale legata al culto dionisiaco) è ugualmente plausibile. Tutte e tre le teorie ci rimandano comunque al culto di Dionisio. Eppure La Baccanti è l'unica tragedia greca a noi pervenuta ad avere come protagonista assoluto Dionisio. Un'opera simile ce la fornisce Aristotele nella sua Poetica, trattato in cui parla di un'evoluzione del dramma satiresco che si trasforma in tragedia. Ma la tragedia potrebbe essere anche un'evoluzione dei culti di Adrasto, un eroe di Argo di cui venivano cantate le imprese, da quanto ci dice Erodoto nelle Storie.

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Le interpretazioni più rilevanti

La figura, predominante, di Bacco, ha poi portato vari filosofi e studiosi a esprimere le loro opinioni. Tre sono le interpretazioni di maggiore rilevanza. Untersteeiner, studioso tedesco, basa i suoi studi sull'Orestea eschilea, definendo la tragedia come la rappresentazione di un contrasto tra la componente femminile, legata ai culti primordiali, e quella maschile, legata invece ai culti moderni. L'altra interpretazione, in ordine temporale, è di Nietzsche. Egli dice che nella tragedia c'è un contrasto tra la componente apollinea, luminosa, e quella dionisiaca, irrazionale, oscura. Componenti che si scontrano e si completano insieme. L'ultima è di Freud, ricollegata sempre al complesso di Edipo presente anche nella tradizione greca. Nel 1900 Freud pubblica Die Traumdeutung, ed è in quest'opera che propone per la prima volta la sua interpretazione psicologica della tragedia sofoclea, l’Edipo re. Freud, grazie alla sua esperienza medica, individua nell' amore di un bambino per uno dei suoi genitori e l'odio per l'altro la causa principale dell’insorgere successivo delle nevrosi. Egli è convinto che l’Edipo re ci commuova perché noi spettatori ci identifichiamo con Edipo stesso. Fondamentale importanza infatti assumono nell'analisi di Freud i sogni, che costituiscono la chiave di lettura della tragedia. Infatti nel momento in cui Edipo si riconosce come parricida e incestuoso i passati sogni di unione con la madre e di uccisione del padre riaffiorano in noi, che fingevamo di non averli mai provati. In questo senso la tragedia risulta una psicanalisi, dal momento che, attraverso lo svolgersi del dramma, diventiamo coscienti degli impulsi del nostro inconscio.

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