Il pessimismo cosmico di Leopardi

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Introduzione

Il pessimismo è l'aspetto che caratterizza tutta l'opera di Leopardi, assumendo nel tempo connotazioni differenti. In particolare sono distinguibili tre grandi fasi: una fase di pessimismo individuale, una fase di pessimismo storico e una fase di pessimismo cosmico. Le varie evoluzioni di questo motivo sono legate al modo in cui Leopardi percepisce la natura e la ragione. Quindi prima di parlare del pessimismo cosmico è necessario analizzare alcuni punti ad esso collegati.

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Nella fase di pessimismo individuale, Leopardi, a seguito delle sue esperienze giovanili, è portato a credere che la natura sia crudele solo con lui, ma che per gli altri ci sia una possibilità di felicità.

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Il pessimismo storico è una visione negativa del presente che viene visto come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità e pienezza vitale.
Secondo questa visione l'uomo è necessariamente infelice, per la sua stessa costituzione. La natura, che in questa fase è concepita come madre benigna e provvidente, ha voluto fornire sin dalle origini un rimedio: le illusioni e l'immaginazione, che creano una parvenza di felicità. Il progresso della civiltà, dovuto alla ragione, ha cancellato però queste illusioni, mettendo a nudo l'infelice esistenza umana. La colpa dell'infelicità presente è dunque attribuita all'uomo stesso, che si è allontanato dalla natura benigna. Gli uomini furono felici dunque solo nell'epoca primitiva perché ignoravano la loro reale infelicità ed erano ancora capaci di illudersi ed immaginare.

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Il pessimismo cosmico è, invece, quella concezione per cui tutti gli uomini, in ogni tempo, in ogni luogo, sotto ogni forma di governo, in ogni tipo di società, sono necessariamente infelici. L'infelicità non è più legata ad una condizione storica e relativa dell'uomo, ma ad una condizione assoluta, diventa una dato eterno ed immutabile. Il pessimismo cosmico, che è fondato su un materialismo assoluto, induce Leopardi a negare ogni possibilità di riscatto dall'infelicità, e dunque ogni possibilità di mutamento. In questa fase la natura non è più concepita come madre amorosa e provvidente, ma come meccanismo cieco, indifferente alla sorte delle sue creature, un meccaniscmo crudele, in cui la sofferenza degli esseri e la loro distruzione è legge essenziale.
Ogni tentativo di lotta o ribellione da parte dell'uomo sarebbe inutile, ecco perché l'uomo deve rassegnarsi ed assumere un atteggiamento contemplativo, ironico e distaccato.
Durante questa fase di pessimismo cosmico la ragione viene rivalutata. Infatti, com'è chiaro soprattutto nella "Ginestra", se l'uomo non potrà mai porre rimedio ai mali naturali, potrà almeno eliminare quei mali che scaturiscono dalla società umana stessa. Leopardi non respingere più l'idea di progresso, anzi lo ritiene fondamentale perché nasca una nuova e migliore società, perché si diventi consapevoli del fatto che la natura è la nemica dell'uomo, la responsabile dei suoi mali. Solo attraverso la conoscenza di questo verità gli uomini possono affrontare, grazie alla ragione (unico bene rimastogli), gli avvenimenti negativi con dignità.

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