Il pensiero dei filosofi tedeschi dell'Ottocento

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Introduzione

In Germania, agli inizi dell'Ottocento prese vita l'idealismo tedesco. Questa corrente filosofica appena citata fonda le sue radici nel pensiero platonico e nel pensiero kantiano. Se siete interessati a queste tematiche, vi è fortemente consigliato continuare a leggere questo articolo, infatti in seguito, in questa guida vi verrà spiegato il pensiero dei filosofi Tedeschi dell'Ottocento.

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I maggiori esponenti del pensiero dei filosofi tedeschi dell'ottocento

I maggiori esponenti del pensiero filosofico tedesco furono Johann Gottlieb Fichte, Friedrich Schelling e Friedrich Hegel. Questi uomini appena citati trovarono il loro punto di partenza nella tradizione neoplatonica, secondo la quale l'essere doveva venire guardato non più sotto una visione dualistica, ossia visione del soggetto e dell'oggetto, ma sotto un'unica visione, ossia unitaria. In quest'ultima visione appena citata, il corpo e lo spirito si fondevano assieme diventando quindi un unica cosa. Come già detto precedentemente cercarono le loro radici anche nella filosofia kantiana, anche se non la riuscirono ad abbracciare nella sua compiutezza. Ora che siamo arrivati a questo punto non ci resta che passare al passo numero due, il pensiero del filosofo tedesco Immanuel Kant.

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Il pensiero del filosofo tedesco Immanuel Kant

Se per Kant L' Io penso era la base della sua ricerca scientifica, per i filosofi tedeschi non era altro che l'oggetto perfetto per la loro ricerca metafisica. Il fondatore di questa corrente è Fichte, il quale si interrogò su quale fosse il vero senso della vita. Esso prese spunto dal pensiero di Kant, ma esplorò terre ben più vaste. I filosofi tedeschi dell'Ottocento erano una categoria emarginata e non rientrava in preciso contesto sociale. Ora che siamo arrivati a questo punto non ci resta che passare al passo numero tre, conclusione del pensiero del filosofo tedesco Immanuel Kant e Friedrich Heinrich Jacobi.

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Conclusione del pensiero del filosofo tedesco Immanuel Kant e Friedrich Heinrich Jacobi

Jacobi fu il primo a vedere nelle opere di Kant un errore. Egli basava tutti i suoi studi su Noumeno, chiamato anche "cosa in sè". Ciò significa che Kant riconosceva una realtà inconoscibile che sta alla base di tutti i fenomeni terreni, ossia alla base di ogni singola azione.
Kant riteneva infatti che la casualità fosse applicabile solo nell'ambito del fenomeno e non della persona. Secondo Jacobi l'errore di Kant sta proprio in questa frase appena citata, infatti per Jacobi non è possibile attribuire il merito dell'esperienza ad un qualcosa che non si conosce. Secondo Reinhold occorre prendere “la cosa in sé” che scaturisce l'esperienza, non più come un oggetto fisico, quanto come un concetto astratto. Successivamente col passare del tempo si arrivò alla conclusione che, se il noumeno non va considerato come un oggetto reale che delimita l'essenza della persona, allora significa che l'essere è una realtà infinita. Secondo Fichte l'infinito risiede nello spirito.

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