Commento e analisi di "Canto notturno" di Leopardi

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Introduzione

Il "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" è considerato l'ultimo del filone dei canti pisano-recanatesi, composto tra l'ottobre del 1829 e l'aprile del 1830. Esso rappresenta uno dei momenti chiave dello sviluppo del pensiero di leopardi. Rimaniamo nella poetica dell'indefinito e del vago anche se troviamo elementi di novità; elementi ai quali questa guida fornirà commento e un analisi. Quali sono gli elementi salienti? Il topos del colloquio con la luna, per esempio. Ora viene privato dalle componenti autobiografiche. Il pastore errante è un alter ego leopardiano, ma è per così dire un "primitivo", la cui sofferenza e la cui riflessione sono la testimonianza dell'universale sofferenza dell'uomo e della capacità dei primitivi "di sentire più vivamente e schiettamente dei moderni le verità esistenziali, dell'universo e della condizione umana" come cita il Bigi. Dinnanzi ad un universo silenzioso e indifferente, il pastore inizia il suo canto, dove l'unica consapevolezza è che non esiste un momento in cui possa attingere il senso ultimo delle cose. Pensate che questo sia tutto? Leggete questa guida!

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Leopardi considera tramite la figura esemplare del pastore errante, la costitutiva infelicità dell'intero genere umano e di tutti gli esseri viventi. Nel colloquio con la luna si inserisce l'Io di un pastore errante nell'Asia. Vi è una similitudine quindi tra il corso della luna e la vita del pastore.
La luna si presenta non come confidente ma come entità dalla quale si attendono risposte.

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Successivamente il poeta, già dalla seconda stanza, mette in luce un'allegoria della sofferenza umana; una riflessione su questa sofferenza che costituisce una presa di coscienza da parte del pastore (e che rende inutile la risposta della luna). Viene reso esplicito quindi l'inutilità della vita. Leopardi nega la felicità nell'esistenza, come nega l'opportunità dell'esistenza stessa.

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Nella terza stanza si menziona un ufficio della sofferenza individuale che costituisce il compito supremo dei genitori nei confronti dei figli (rif. Ginestra). Con l'antitesi "mortale mortal non sei" si insinua il sospetto che, la similitudine fra le condizioni esistenziali della luna e del pastore e la proiezione affettiva del pastore verso la luna sia un errore. La luna infatti, non essendo mortale, non si cura delle parole e della sofferenza del pastore.

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Nella quarta stanza troviamo questo "Pur"(vv.61) denso di significato: Nonostante il silenzio e l'indifferenza, tu forse comprendi il senso del destino umano. Come a voler intendere che ci debba essere qualcuno che sa. La successiva contrapposizione tu/io variato nel finale con "Tu per certo [...] conosci tutto Questo io conosco e sento [...] a me la vita è male" scandisce i nodi fondamentali della vita, della morte e il senso dell'uomo e dell'universo, un cambiamento di chiusura, un'inversione evocativa in cui il poeta interroga se stesso.

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Nella conclusione il pastore si rivolge alla luna e al gregge, con l'ultima ipotesi illusoria, ossia quella di sperare che ci sia un libero volo che lo faccia arrivare al senso dell'universo e alla felicità. Subito dopo egli ripiega al vero mediante l'assenza dell'esistere che accomuna ogni vivente. La lirica si chiude quindi sull'infelice sentenza che a tutti sia "funesto a chi nasce il dì natale".

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