Cola di Rienzo: vita e ideologia politica

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Introduzione

Cola di Rienzo, nato Nicola di Lorenzo Gabrini nel 1313, fu uno studioso medievale famoso perché si intromise nelle lotte tra papi e baroni che coinvolgevano la città di Roma. Fin da giovane dimostrò di avere una intelligenza e una perspicacia fuori dal comune, che lo portarono a diventare notaio/contabile presso il Papato. Vediamo chi era Cola di Rienzo: vita e ideologia politica.

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Rientro a Roma

Con l'incarico di notaio venne mandato ad Avignone dal papa in esilio Clemente VI, che lo apprezzò molto. In questa circostanza Cola fece presente al Papa la situazione di degrado vissuta nella capitale, imputandone la colpa ai vari baroni e baronetti in lotta tra loro.
Nel 1344 tornò a Roma, ove acquistò la carica di ‘’notaio della camera apostolica’’, una figura importante con potere decisionale su faccende amministrative e finanziarie. Con questo nuovo impegno iniziarono i suoi discorsi pubblici nel palazzo dei senatori, e per farsi capire anche dal popolo anafalbeta fece dipingere vari affreschi di stampo caricaturale che rappresentavano la situazione di degrado presente nel papato. Più il tempo passava e più i suoi discorsi si facevano mirati: per riportare la città di Roma in uno stato di grazia era necessario abbattere la prepotenza dei baroni. Questi discorsi accattivarono il popolo tant’è che presto in molti iniziarono a seguirlo.

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La signoria di Roma

Nel 1347, Cola andò al campidoglio accompagnato da un centinaio di seguaci e da lì proclamò gli “ordinamenti del buono stato”, che prevedevano:
Applicazione della legge del taglione per limitare la violenza;
Aiuti massicci al popolo: vedove, bambini, monasteri, granai pubblici, etcetera;
Revisione dei rapporti tra i baroni e signorotti delle città vicine;
Forte dell’appoggio del popolo, fu proclamato Signore del Comune. Ovviamente tutto questo andava contro gli interessi dei baroni.
Il primo a precipitarsi a Roma fu Stefano Colonna, ma l’intervento dei popolani mise in fuga il signorotto. Allora i baroni cercarono invano di organizzarsi e trovare degli accordi tra di loro per riuscire a scalzare Cola dal suo ruolo, ma a causa degli attriti personali non ci riuscirono e così al contrario, andarono da lui a giurargli fedeltà.

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La gloria e la caduta

Negli anni a seguire ci fu una rinascita della città. La riscossione dei tributi venne affidata nuovamente alla città anziché ai baroni. Le figure della borghesia nascente (notai, mercanti, giudici) giurarono fedeltà, la giustizia veniva finalmente amministrata in modo equo verso tutte le classi.
Tuttavia lentamente Cola cambio atteggiamento, in lui si insinuarono il delirio, la paura e forse la malattia mentale. Si proclamò cavaliere e fece arrestare diversi nobili che lo avevano appoggiato, divenne un tiranno amante del lusso e della gola e gradualmente fu abbandonato da tutti. I baroni poterono così rialzare la testa con facilità, tanto da metterlo in fuga prima in Boemia e poi ad Avignone. Qui il Papa gli diede nuovamente il suo appoggio, e potè così tornare a Roma per un ultimo colpo di coda. Fu accolto bene al suo ritorno, ma ben presto le cose peggiorarono, la sua abile oratoria era rimasta, ma lui ormai era definito un grasso ubriacone incapace a gestire la città. Così gli rivoltarono contro i suoi stessi soldati seguiti dal popolo stesso. Tentò una ultima arringa, ma il popolo non rispose, e durante una roccambolescda fuga si travestì da mendicante, ma fu riconosiuto, linciato e il cadavere fu lasciato esposto per due giorni primad i essere cremato. Un anonimo dell’epoca scrisse: «Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri» .

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