Appunti sulla Divina Commedia

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Introduzione

La Comedìa (solo in seguito divenuta Divina Commedia) è la celebre opera di Dante Alighieri. Il poema, scritto presumibilmente tra il 1306 e il 1321, è stato scritto in volgare fiorentino, con influenze linguistiche provenienti dai più diversi contesti. Capolavoro assoluto dell'umanità, la Commedia è divisa in tre cantiche: Inferno, Purgatorio, Paradiso. Ogni cantica contiene 33 canti, a cui se ne aggiunge uno iniziale (sorta di introduzione), per un totale di 100 canti. Il tema non è altro che il viaggio del poeta attraverso i tre regni ultraterreni, attraverso quattro fondamentali chiavi di lettura. In questi appunti sintetici, riprendiamo gli elementi salienti che hanno reso la Divina Commedia tanto celebre, discussa, talvolta oscura, ma in definitiva immortale.

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Elementi chiave della Divina Commedia

Trattare in forma sintetica della Divina Commedia è certamente possibile, ciò nondimeno comporta notevoli omissioni. In questo caso, vogliamo offrire una sintesi degli elementi essenziali di ogni cantica, in modo tale da fornire una base di partenza per coloro che si approcciano per la prima volta a questo Autore. Per quanto riguarda l'opera in generale, bisogna assolutamente tenere conto di quattro diversi livelli di lettura: letterale, allegorico, morale, anagogico (gli ultimi due si possono ricondurre al livello allegorico, consci tuttavia della loro particolarità). Per comprendere a pieno questi quattro gradi, è inoltre necessario immedesimarsi nella mentalità medievale, in cui l'immagine e il simbolo avevano una forza molto maggiore rispetto alla parola scritta. Non solo: immagini e simboli diversi si compenetrano ed hanno spesso più significati, anche contrastanti. Questo è proprio la misura di tali simboli: il fatto che essi possano trascendere la realtà duale e ricondursi all'Unità. In tal senso, per una prima ricerca su questi temi, l'opera di partenza può essere senza dubbio "L'esoterismo di Dante" di René Guénon. In ultima analisi (in realtà le tematiche sono vastissime, ma cerchiamo di riassumere), si deve avere un'idea - anche basilare - della filosofia aristotelica, che tanta parte ha nell'opera, a partire dalla struttura stessa dei tre regni.

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L'Inferno

La cantica dell'Inferno prevede 34 canti. I primi due (con particolare attenzione al primo) sono una vera e propria introduzione, in cui il protagonista (il poeta stesso) descrive il suo smarrimento nella "selva oscura" e la paura crescente che ne deriva. Tre bestie temibili, infatti, si mostrano a lui, a simboleggiare lussuria, superbia ed avarizia. Tuttavia, l'arrivo provvidenziale del poeta latino Virgilio salva Dante da questo pericolo: i due, dopo le dovute spiegazioni, si incamminano verso la porta dell'Inferno. Quest'ultimo, costituito da 9 gironi (o cerchi), contiene le anime dei dannati, divise a seconda del genere di peccato da esse compiuto in vita. Dante rappresenta questo Inferno come un profondo cono rovesciato, al cui fondo si trova nientemeno che Lucifero. Il poeta, inoltre, non trascura altri elementi "di confine" dell'Inferno, atti a manifestare la compiutezza dell'ordine divino: vengono infatti citati il Vestibolo (o Antinferno, con le anime di coloro che non fecero mai una scelta, né verso il bene né verso il male) ed il limbo (con le anime dei bambini non battezzati e dei buoni pagani). Per comprendere secondo quale criterio siano suddivise le anime all'Inferno, vale la pena leggere l'Etica Nicomachea di Aristotele, che ispirò Dante ed anzi impregnò lo spirito stesso di una società. Le influenze, tuttavia, non sono solo classiche: Dante attinge (a volte se ne ha certezza, altre meno) a fonti bibliche, ebraiche, arabe, e via dicendo. Per capire invece il significato delle pene, esse si rifanno alla legge del contrappasso, per cui è utile analizzare i passi biblici che citano tale legge, oppure rifarsi ad altri autori, come Seneca (in particolare nell'Apokolokyntosis). Le pene, inoltre, vengono inflitte in base a determinate colpe, qui sancite in particolar modo dai vizi capitali: anche in questo caso, dunque, è utile entrare nell'ottica medievale, cogliendo il significato etimologico di tali vizi e confrontandoli nella visione greco-romana e in quella cristiana, che nella prima si innesta.

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Il Purgatorio

Il viaggio morale e spirituale di Dante continua nel regno del Purgatorio, luogo formatosi proprio dalla voragine creata dalla caduta di Lucifero. Virgilio ne è ancora la guida fedele (poi sostituito da Stazio): i due, dopo le dovute premesse, scalano il monte con una certa difficoltà. Il Purgatorio è il luogo ultraterreno in cui le anime pagano per i propri peccati, con lo scopo, tuttavia, di una purificazione: al contrario dei condannati dell'Inferno, tali anime potranno infatti giungere al Paradiso, dove potranno partecipare della gloria di Dio. L'anima del Purgatorio deve lavarsi nei fiumi Letè ed Eunoè, con inevitabili reminiscenze classiche, ottenendo così la purificazione necessaria. 7 sono le cosiddette cornici di questo regno, corrispondenti ai 7 peccati capitali, nonché ad altri riferimenti numerologici ed esoterici. Più ancora che all'Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso i numeri assumono un significato trascendente. In particolare, nel Purgatorio il numero 7 ha un forte significato: come accennato, sette sono le cornici e sette di conseguenza i peccati capitali da dover espiare. Da qui, si possono dedurre ulteriori spiegazioni e riflessioni, tenendo conto per esempio della costruzione di questo numero partendo dal 4 e dal 3. Fatta questa premessa, cito tre elementi (dei molti possibili), su cui vale la pena fare una riflessione. Il primo riguarda il valore stesso del Purgatorio, il cui riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa è avvenuto solo in un secondo momento, sebbene se ne parli già nel II secolo d. C. (il cosiddetto testo paleocristiano del "Pastore di Erma", oltre ai presunti riferimenti veterotestamentari). Il secondo elemento è dato dal significato del viaggio, in un tempo in cui i pellegrinaggi erano molto frequenti e sentiti (in Terrasanta, a Santiago de Compostela, a Roma, etc.): anche Dante affronta il suo pellegrinaggio e lo fa significativamente su un piano spirituale. L'ultimo spunto di riflessione è offerto dalla presenza nel Purgatorio di personaggi non cristiani, come Virgilio stesso e il poeta latino Stazio. Entrambi eccellono in qualità morali e nella loro arte, il che potrebbe confluire nella misericordia praticata da Dio; oltretutto, non è ininfluente tenere conto del fatto che nel Medioevo giravano leggende per cui Stazio si fosse convertito al Cristianesimo, mentre Virgilio venne avvolto dalla leggenda e le sue virtù morali ne determinarono l'accettazione nella mentalità cristiana.

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Il Paradiso

Terzo ed ultimo regno ultraterreno, il Paradiso segna la meta ultima di ogni credente, il culmine della ricerca dell'Uomo sulla strada della conoscenza di Dio. Guida di Dante non è più Virgilio, bensì Beatrice. Il Paradiso è costituito da 10 cieli, riconducibili a dei cerchi concentrici: al centro vi è la Terra, mentre in questi cieli troviamo le anime beate che sono state ritenute degne di partecipare dell'amore divino. Anche in questo regno Dante deve tuttavia affrontare delle prove, per dimostrare di essere anch'egli degno di questo privilegio: si trova così di fronte a San Pietro (simbolo della Fede), a San Giacomo (la Speranza), a San Giovanni (la Carità, da intendere soprattutto nel suo significato etimologico). Dopo i primi nove cieli, Dante e la sua guida possono infine giungere al decimo cielo: esso è infinito; Dio aleggia in tutta la sua potenza, mentre le schiere degli angeli e dei santi lo circondano in un sentimento che va ben oltre la devozione stessa. A quel punto Beatrice saluta Dante, il quale viene affidato a San Bernardo di Chiaravalle. Quest'ultimo invoca la Madonna, chiedendole che il poeta possa partecipare della grazia di Dio. Nell'Epistola XIII, Dante dedicò questa cantica a Cangrande della Scala, signore di Verona dal 1308 al 1311: questa lettera è importante proprio per comprendere l'intera Commedia. Ancora una volta, la struttura è legata al sistema geocentrico di Aristotele e di Claudio Tolomeo; questo aspetto, oltre alle dovute considerazioni di ordine filosofico e teologico, ha importanza anche per il crescente valore che l'individuo incomincia ad assumere nella società e che avrà il proprio culmine nel Rinascimento. Nel Paradiso i simboli e le metafore si fanno stringenti, talvolta molto oscure: quello che ne emerge è una devozione che trascende il contingente e diventa unità assoluta dello spirito dell'Uomo con Dio. Per giungere a questa conclusione, molti sono i fattori presi in esame. Tra tutti, ricordiamo: l'importanza dei vari doni profusi da Dio (come la Grazia e la Ragione); il valore delle figure femminili (Beatrice e Maria), in un'ottica spirituale e letteraria al contempo; infine, il significato della Candida Rosa, luogo in cui le anime, ormai pura luce, contemplano l'infinito Amore, "che move il sole e l'altre stelle".

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Dalla letteratura alla linguistica

La Divina Commedia si può considerare un'opera tipicamente medievale, che riprende un approccio conoscitivo di tipo universale. Per questo nell'opera sono presenti diversi ambiti del sapere umano, dalla storia all'arte, dalla medicina all'astronomia, dalla spiritualità alle conoscenze tecniche. Oltre a tutto questo, la Divina Commedia ebbe un forte impatto per una serie di questioni linguistiche. Prima di tutto, con quest'opera Dante riuscì a dare un forte impulso all'affermazione del toscano in quella che diverrà con il tempo la lingua italiana. Da subito furono moltissimi i manoscritti e le stampe che riprodussero l'opera e la commentarono. Dante non si limitò solo a proporre in forma poetica una serie di registri linguistici (divenendo il modello di autori contemporanei e successivi), ma inventò anche neologismi ed elaborò nuove forme di espressione poetica, in cui i volgari ricoprivano il ruolo svolto fino ad allora (pur con eccezioni) dal latino.

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