7 idilli di Giacomo Leopardi

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Introduzione

Giacomo Leopardi è uno dei poeti più influenti per quanto riguarda il panorama letterario italiano del XIX secolo. L'autore originario di Recanati si inserisce in pieno Romanticismo, sebbene abbia esordito come cultore del classicismo letterario. Le sue opere giovanili vedono la luce durante il primo decennio dell'Ottocento, ma si tratta di scritti eruditi. A partire dal 1816, invece, lo scrittore inizia ad interessarsi all'ars poetica. Proprio a questo periodo risalgono i celebri idilli. I primi componimenti di questo tipo vengono chiamati "Piccoli idilli". Si collocano nel periodo che va dal 1819 al 1821 circa. Questo nome li distingue dai cosiddetti "Grandi idilli", che il poeta realizza tra il 1828 e il 1830. Tra piccoli e grandi idilli possiamo contare almeno una dozzina di scritti. Qui di seguito analizzeremo i più famosi. Nel citare 7 idilli di Giacomo Leopardi, ci soffermeremo dapprima su alcuni dei "Piccoli idilli". Proseguiremo con una breve analisi dei componimenti più recenti, vale a dire i "Grandi idilli".

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L'infinito

"L'infinito" è uno dei primi componimenti poetici realizzati da Giacomo Leopardi. Risalente al 1819, questa maestosa opera appartiene ai cosiddetti "piccoli idilli". Si tratta di una lirica in endecasillabi sciolti, a strofa unica, i cui versi vengono collegati tra loro mediante la figura retorica dell'enjambement. La pubblicazione della poesia si può collocare a cavallo tra il 1825 e il 1826. Lo scenario che il poeta ci descrive è quello di Recanati. Il poeta esordisce parlando di un'alta siepe che si trova su di un colle e non gli consente di ammirare l'orizzonte. Questo impedimento visivo gli consente quindi di osservare con la mente tutto ciò che si trova dall'altra parte. L'immaginazione va a supportare la mera attività sensoriale esercitata dallo sguardo e dall'udito. Tutto ciò porta l'autore a perdersi in una distesa sterminata di pensieri e sensazioni. Il rumore del vento accentua questo viaggio mentale, portando ad un senso di libertà che investe in maniera molto forte la sfera emotiva.

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Alla luna

"Alla luna" è un altro esempio di piccolo idillio, che Leopardi pubblica nel 1826 con un titolo diverso, ossia "La ricordanza". Questo breve componimento in endecasillabi privo di rima si riallaccia all'opera analizzata poc'anzi, "L'infinito". Le due poesie presentano caratteristiche simili in termini di metrica e anche a livello di contenuto. Anche in questo caso, in pochi versi troviamo una vasta gamma di immagini fortemente evocative. Nell'idillio "Alla luna", l'autore ci mostra un paesaggio notturno che egli stesso osserva attentamente e malinconicamente. Rivolgendosi direttamente alla luna, Leopardi rievoca ricordi tristi dell'anno precedente. Inoltre sottolinea che l'angoscia che lo tormentava nei mesi addietro non lo ha abbandonato. L'immagine è indubbiamente antitetica rispetto a quella de "L'infinito". Il viaggio mentale ed emotivo si trasforma in dolore. Tuttavia il ricordo riesce ad attenuare quel senso di pessimismo che pervade l'intero componimento.

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La sera del dì di festa

Alla categoria dei "Piccoli idilli" appartiene anche "La sera del dì di festa". La poesia appare come un blocco unico di endecasillabi, in cui le rime risultano totalmente assenti. Essa venne scritta subito dopo "L'infinito", dunque tra il 1818 e il 1821. Lo scenario descritto in questi versi è quello della notte con la quale si conclude un giorno di festa. L'autore si racconta descrivendo ciò che vede affacciandosi alla finestra della propria casa. La vista della notte lo affascina, ma allo stesso tempo evoca pensieri tristi. Anche in questo caso la componente interiore è piuttosto forte. Leopardi si rivolge alla donna amata che non contraccambia il suo sentimento. Le spiega che mentre lei dorme in totale pacatezza, lui viene rapito dalla frustrazione per un amore non ricambiato. Il tutto viene esasperato dal silenzio e dal buio del paesaggio che si trova dinanzi ai suoi occhi. Il giorno di festa volge al termine e porta con sé un profondo senso di rassegnazione e malinconia al quale il narratore cede con lacrime e pensieri negativi.

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A Silvia

Dopo aver preso in esame i "Piccoli idilli", passiamo all'analisi di poesie leopardiane più recenti, coem i "Grandi idilli". Ad essi appartiene il componimento "A SIlvia", risalente al 1828. In questo caso ritroviamo la classica struttura della poesia, in cui è presente una suddivisione in strofe. In quest'opera ne troviamo sei, caratterizzate da versi in endecasillabi e settenari con uno schema di rime libere. A livello tematico, l'autore ci fornisce una visione particolare della giovinezza, che è l'età della spensieratezza e dell'amore. Ad essa si contrappone la maturità, che viene vista con un'accezione negativa. I pensieri speranzosi legati all'età giovanile vengono sopraffatti dall'incertezza verso il futuro e da un senso di rassegnazione nei confronti della vita che volge al termine con la vecchiaia. A questa duplice immagine si affianca il pensiero di Leopardi per la giovane Silvia, la quale viene privata della speranza in un futuro felice per via della malattia e della morte precoce.

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Il passero solitario

Per quanto riguarda "Il passero solitario", appartenente alla raccolta dei "Grandi idilli", la data di stesura è incerta. Probabilmente venne composto tra il 1830 e il 1831, per poi vedere la pubblicazione nel 1835. Le tre strofe di cui si compone la poesia sono la descrizione di un paesaggio su cui hanno fatto ritorno i colori della stagione primaverile. La primavera viene intesa come il tempo della giovinezza, caratterizzato dalla vivacità e dall'armonia. Il tutto viene soltanto osservato dall'io narrante, il quale applica un parallelismo tra la propria esistenza e quella di un passero solitario. Il trovarsi in disparte in veste di semplice osservatore porta Leopardi ad un senso di scoramento e rassegnazione. La primavera viene vissuta appieno dai suoi coetanei, ma egli non può vivere la medesima esperienza. Questa sua condizione lo rende malinconico e impotente allo stesso tempo. Ricorre anche qui il senso di solitudine e smarrimento che un giovane poeta recluso avverte nei confronti della propria esistenza.

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La quiete dopo la tempesta

"La quiete dopo la tempesta" è un idillio composto nel 1829 e pubblicato un paio di anni dopo insieme ad altri canti leopardiani. La poesia segue lo schema degli endecasillabi e dei settenari a rima libera e si suddivide in 3 strofe. La scena descritta è quella della calma che sopraggiunge a seguito di un violento temporale. Il diradarsi delle nubi e la scomparsa della pioggia riportano alla pace in quel di Recanati. Ad una prima impressione si potrebbe pensare ad un componimento che inneggia alla felicità e alla pacatezza. Eppure il pessimismo leopardiano si fa strada anche stavolta, poiché l'autore interpreta questo momento di pace come un breve intervallo tra un momento doloroso e l'altro. Questa piccola parentesi non avrà dunque una lunga durata e farà spazio ad una nuova tempesta, che l'autore considera in senso figurato. Il temporale interiore è ciò che rende la vita perennemente complicata e ricca di insoddisfazione. Nella visione del poeta la serenità ritorna ma è soltanto una gioia effimera e transitoria.

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Il sabato del villaggio

Tra i 7 idilli di Giacomo Leopardi non possiamo di certo non annoverare uno dei componimenti di maggior successo, ossia "Il sabato del villaggio". La poesia, caratterizzata da endecasillabi e figure retoriche come l'allitterazione e la metonimia, si può suddividere in 2 momenti principali. Nella prima parte il narratore descrive le attività compiute di sabato, al tramonto. L'allegria e l'entusiasmo che la domenica alimenta si fanno piuttosto intense durante la sera del sabato. Questo perché si pensa all'indomani, un giorno all'insegna del riposo. Nella seconda parte del testo troviamo una visione decisamente più cupa. Si parla infatti della desolazione che colpisce l'animo quando sopraggiunge la sera della domenica. Pensando che il lunedì è alle porte, ci si proietta mentalmente verso le ore lavorative. Si dissolve dunque l'entusiasmo iniziale e cresce l'insoddisfazione. Oltre allo sforzo fisico, si parla di una fatica emotiva alquanto gravosa e disarmante che porta soltanto malinconia e rassegnazione.

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