Storia della guerra in Siria

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Introduzione

Confinante con Iraq e Turchia, e con capitale Damasco la Siria è uno stato arabo che si affaccia sul mar Mediterraneo. Dal punto di vista costituzionale è una repubblica di tipo presidenziale, ma da sei anni è dilaniata da un conflitto civile che vede le forze governative del presidente Bashar al Assad, contrapporsi a quelle dei militanti jihadisti del cosiddetto Stato islamico. Iniziati nel 2011 gli scontri hanno visto una rapida escalation fino a diventare una guerra civile su larga scala e probabilmente la più grave emergenza umanitaria in corso, che a tutt'oggi conta oltre 191 mila vittime, di cui almeno un terzo fra la popolazione civile (tra cui almeno 11 mila bambini) e più di dieci milioni di sfollati. Ricapitoliamo qui le tappe salienti della storia della guerra in Siria.

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Occorrente

  • Una carta geografica della Siria
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La primavera araba

L'origine dell'attuale conflitto civile siriano va ricercata nell'ambito di quel più ampio movimento che è stato indicato con il nome di "primavera araba". A partire dal 2010 in molti paesi arabi come la Tunisia, l'Egitto e la Libia, si è assistito all'insorgere di movimenti di protesta si vasta scala, sfociati in vere e proprie rivoluzioni, che rivendicavano l'istituzione di assetti statali realmente democratici e una maggiore tutela delle libertà civili e personali dei cittadini.

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L'origine degli scontri in Siria

In Siria le manifestazioni ispirate alla primavera araba sono scoppiate nel marzo del 2011 nella città meridionale di Deraa. Esse nascevano dal disagio per l'elevata disoccupazione, la corruzione diffusa, la mancanza di libertà politica e la repressione dei diritti civili sotto il presidente Bashar al Assad, succeduto al padre Hafez nel 2000. L'uso della forza contro i manifestanti da parte del governo, intenzionato a schiacciare ogni forma di dissenso al punto da aprire il fuoco contro le folle in piazza, innescò analoghe proteste a livello nazionale che chiedevano le dimissioni del presidente. La violenza della risposta del regime alle manifestazioni conquistò visibilità grazie alla diffusione nel paese e a livello internazionale, di video ripresi da partecipanti che mostravano le forze di sicurezza picchiare e sparare ai manifestanti non violenti.

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Le forze di opposizione

Nel luglio del 2011 le proteste si erano già diffuse in tutto il paese. Inizialmente le forze di opposizione hanno chiesto al governo di dare il via ad un processo di riforme in senso democratico. Di fronte al rifiuto di qualsiasi apertura da parte dell'unico partito al potere, si è giunti alla formazione di una forza di coalizione tra i ribelli, la Coalizione Nazionale Siriana. La reazione del presidente al Assad non si è fatta attendere: richiamandosi alla legge del 1963 contro il terrorismo ha continuato a reprimere con l'uso dell'esercito non solo le manifestazioni di piazza ma anche ogni libera manifestazione di dissenso. Per opporsi agli attacchi militari e paramilitari, i ribelli hanno formato un corpo armato chiamato ESL, Esercito Siriano Libero.

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L'intervento dei paesi esteri

A causa dell'aggravarsi della guerra civile, della posizione strategica della Siria nel territorio arabo e dei numerosi interessi in gioco, molti dei paesi confinanti non hanno potuto esimersi dallo schierarsi nel conflitto. I paesi a prevalenza sciita come l'Iraq e l'Iran hanno sostenuto il governo siriano per mantenere buoni rapporti con il Partito Baa'th, di cui è membro Assad e che a prevalenza sciita. Paesi come la Turchia l' Arabia Saudita e il Qatar, di orientamento sunnita, hanno invece manifestato il loro appoggio alle forze di opposizione.

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Le posizioni degli stati occidentali e asiatici

Anche gli Stati Uniti e l'Unione Europea, si sono mostrati sempre più critici verso il regime di Assad e a favore delle forze di opposizione mentre la Russia, tradizionale alleata della Siria e la Cina, hanno continuato a sostenere il governo del paese. Osservatori dell' ONU tengono inoltre sotto controllo l'eventuale uso di armi chimiche, azione che autorizzerebbe un intervento armato esterno da parte degli USA per porre fino alla guerra civile siriana. Allo stato attuale, sia al fronte governativo sia a quello dei ribelli vengono mosse accuse di fare uso di tortura e detenzione illecita di prigionieri di aperta violazione dei diritti umani.

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Le componenti estremiste e le stragi del 2012

L'escalation di violenze negli scontri tra ribelli e forze governative aggiunta all' ingerenza delle nazioni estere, hanno snaturato le motivazioni inziali della protesta, facendo convergere nel conflitto civile interessi e rivendicazioni molto diverse. Se inizialmente il movimento di opposizione aveva un'impronta laica, in seguito al fronte dei ribelli si sono aggiunte componenti più estremiste, in particolar modo la fazione salafita, sostenuta dai paesi sunniti del Golfo Persico. Nel proseguire del conflitto si è assistito alle stragi di civili perpetrate dai soldati governativi con l'appoggio di alcune bande shabiha, appartenenti alla minoranza religiosa alawita. Nell'aprile 2012 si sono verificati due veri massacri: la strage di Hula e quella di Al Qubeir, in cui hanno perso la vita numerosi civili.

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L'allargarsi del conflitto

In seguito il conflitto si è allargato anche territorialmente diffondendosi anche in città come Damasco e Aleppo, che fino al 2012 erano rimaste fuori dagli scontri. La tecnica usata dai ribelli per tirare dentro la popolazione locale contro l'esercito regolare è quella dell'uso di autobombe contro obiettivi militari e governativi, unita alla guerriglia cittadina. Tuttavia in alcune aree come ad esempio nella città di Damasco le forze di opposizione non sono riuscite ad ottenere il sostegno sperato, alimentando così le spaccature interne alla società civile.

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La Jihad e lo Stato Islamico

A partire dal gennaio 2013 hanno cominciato a prendere piede all'interno delle forze di opposizione, i gruppi estremisti legati al fondamentalismo islamico, anche grazie al sostegno di alcuni paesi come l'Arabia Saudita e l'Iraq. I militanti Jihadisthi, fra cui anche molti iracheni, sauditi e occidentali che hanno abbracciato la causa islamica, hanno assunto la denominazione di Fronte al Nusra. A questo f si è affiancata nell'estate 2013 una nuova formazione, composta prevalentemente da membri non siriani: si tratta dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante o ISIS. Uniti negli obiettivi e nell'uso della violenza come strumento di affermazione dei propri convincimenti ideologici, questi due gruppi mantengono comunque identità separate.

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L'intervento dell'Occidente

Nonostante i tentativi di mediazione dell' ONU e l'ipotesi dei paesi occidentali di intervenire militarmente nel conflitto, gli scontri vanno avanti per tutto il 2013 e 2014, che culminano nelle elezioni beffa del 3 giugno 2014 in cui in un clima di forte tensione viene rieletto presidente Bashar al-Assad cpn l'88,7 per cento dei consensi. Questa mossa convince i miliziani dell' ISIS a rafforzare la loro presenza militare nella gran parte del paese. Dalla loro roccaforte nell' ovest dell'Iraq, essi iniziano a muoversi verso il nord del paese, raggiungendo la periferia di Baghdad. Il loro obiettivo è quello di abbattere la linea di confine sul fronte nord in modo da poter passare indisturbati da un paese all'altro con armi e nuovi adepti. Gli strumenti di terrore usati dai soldati dell'ISIS per allontanare la popolazione civile inducono 11 paesi occidentali fra cui l'Italia ad intervenire militarmente per dare sostegno ai profughi. I primi bombardamenti si verificano nel settembre 2014 ed è limitato al solo territorio iracheno roccaforte dell'ISIS.

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La guerra all'Isis

L'intervento dell'occidente da settembre 2014 a gennaio/ febbraio 2015 ha inasprito le frange estremiste dei ribelli, fra cui il il Fronte al-Nusra, che si è riavvicinato all'ISIS. Ciò ha dato luogo all'assedio di Kobane, regione confinante con la Turchia e controllata dalle milizie curde YPG: l'intervento militare in quest'area ha chiamato in gioco il presidente turco Erdogan che si è rifiutato di fornire aiuti alle minoranze curde che si sono avvicinate così alle forze governative siriane. La creazione di queste alleanze non ha fatto che acuire il conflitto con l'ISIS e le altre forze fondamentaliste, sfociando in ripetuti scontri anche a carattere terroristico per tutto il 2015. Anche la Russia si è pertanto orientata ad intervenire militarmente contro lo Stato Islamico insieme alle truppe aeree americane bombardando le città prese dall'Isis.

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La caduta di Aleppo

Nel corso del 2016 il conflitto si è concentrato in particolar modo attorno alla città di Aleppo capitale economica della Siria che era controllata per la parte orientale dalle forze ribelli e per quella occidentale dal regime di Assad. Posta sotto assedio dall'esercito governativo e bombardata dalla Russia, la zona orientale di Aleppo è caduta nel dicembre del 2016 ed è stata conquistata dall’esercito di Assad. È stata una grande vittoria per il governo che ha riconquistato una zona strategica delle forze di opposizione ma al costo di centinaia di migliaia di vittime civili: una vera e propria catastrofe umanitaria.

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L'uso delle armi chimiche

Sebbene l'abbia sempre negato, il governo siriano ha sviluppato fin dagli anni settanta un progetto per dotarsi di armi chimiche. Gli osservatori dell'Onu hanno raccolto, dall'inizio del conflitto, numerose denunce relative in particolar modo all'uso del gas Sarin durante gli scontri armati. Nel 2017 sembra essersi intensificato l'uso di armi chimiche: circa 70 persone hanno infatti perso la vita, a causa dell'uso del gas Sarin nel raid aereo siriano contro le forze ribelli nella cittadina di Khan Shaykhun. Questo episodio ha inasprito ancora di più la guerra a livello internazionale: il presidente Donald Trump ha infatti ordinato un lancio di missili Tomahawk contro una base della areonautica militare siriana.

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