Letteratura del XIV secolo

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Introduzione

“Umanesimo” è un termine che deriva dal latino “studia humanitatis”. Fin dalla denominazione si vuole indicare un genere di studio, un'educazione di tipo letterario e filosofico volta ad una formazione completa dell'uomo. Nel corso del XIV secolo si utilizza tale espressione per far emergere i nuovi interessi letterari, filologici e pedagogici che caratterizzano gli studiosi del tempo, nonché il loro entusiasta interesse verso i classici antichi. A voi una panoramica sulla Letteratura del XIV secolo.

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Origini

Le origini

Già un secolo prima la necessità di riscoprire la letteratura classica è piuttosto pressante, ma fu nel XIV secolo che questo impulso iniziale, ancora in fase embrionale, si concretizza. Gli intellettuali umanisti intendono gli autori classici, e soprattutto le loro opere, come elementi integranti di una cultura dotta, patrimonio degli intellettuali. Va sottolineato che la cultura umanistica del XIV secolo, pur ammettendo il valore insostituibile degli esempi classici, si pone in rapporto con la cultura latina e greca su di un piano di libera invenzione e rielaborazione critica più che di mera imitazione, attingendo cioè a piene mani a tale deposito, a tale serbatoio. Gli umanisti, che esaltavano le virtù umane e disprezzavano la plebaglia, costituiscono senza dubbio un'élite culturale in grado di dar inizio ad un movimento estremamente complesso, in quanto letterario, filosofico, politico e religioso. Fin dagli albori l'umanesimo investe tutti i campi della vita intellettuale, opponendo alla cultura medievale, più prossima nel tempo, il recupero dell'antichità classica. Dall'Oriente studiosi come Guarino Veronese o Giovanni Aurispa apprendono il greco e si impegnano duramente nella ricerca dei testi originali di epoca classica. Molti, a cavallo tra il Duecento e il Trecento, si cimentano nelle traduzioni. Si lanciano persino nell'imitazione dello stile di Virgilio e Omero.

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Petrarca

Francesco Petrarca

Francesco Petrarca (Arezzo 1304 - Arquà 1374) conserva nei suoi scritti la viva consapevolezza del valore esemplare degli “studia humanitatis”, riflettendo al tempo stesso sulla propria esperienza di uomo e letterato e su di una costante analisi di se stesso. Eleganza letteraria, gusto per la latinità e amore per gli Antichi, da interpretare liberamente e farli rivivere, sono tutti pregi riconosciuti a lui dai suoi contemporanei. Introduce le premesse per un tentativo, che culminerà nella generazione di autori successiva, di una scoperta integrale dell'uomo, considerato come essere protagonista della vita civile e della sua vicenda storica. Grande cultore della letteratura classica, ricevette il lauro poetico a Roma nel 1341. I suoi viaggi lo portarono a ritrovare molti manoscritti, copie di testi greci e latini, creduti persi, utili a correggere sgraziate traduzioni altrui. Padroneggiando il latino alla perfezione, scrisse numerose opere in versi ed in prosa. Riteneva che il poema "Africa" gli avrebbe dato la fama, ma esso, composto di nove libri, ci appare freddo ed impersonale, distante dall'epica virgiliana ed omerica. In alcuni punti raggiunge però picchi di ineguagliabile bellezza, soprattutto quando tratta d'amore. Il suo capolavoro è senz'altro il "Canzoniere", una raccolta di rime scritte in volgare, per lui invece di poco conto; si compone di 336 poesie (sonetti, sestine, ballate, canzoni), scritte e rielaborate nell'arco dell'esistenza del poeta e distinte in “Rime in vita” e “Rime in morte” di Laura, la donna che ama. Vari sono gli argomenti trattati: non solo quello amoroso, ma anche politico, morale, religioso. Spiccano infatti due canzoni di tema politico: “Italia mia, benché il parlar sia indarno” (affinché i Signori italiani la smettano di guerreggiare tra loro e di ricorrere per questo ad eserciti mercenari) e “Spirito gentil che quelle membra reggi” (che rappresenta probabilmente un monito a Cola di Rienzo, affinché dia pace a Roma). In esse traluce amore per la Patria ed emergono tutti quei sentimenti che si alternano nello spirito del poeta, dall'affermazione delle virtù della stirpe italica alla commozione per la terra natia, condita dal disprezzo verso i barbari. Il dolore partecipe per la sofferenza del popolo si somma così alla rievocazione delle glorie passate e alla fede in Dio. La maggior parte dei sonetti del Canzoniere sono sull'amore, che per lui è vero e vivo, umano, rivolto cioè ad una donna reale e viva, reale, Laura, di cui ammira l'umana bellezza. Una novità rispetto i poeti del Duecento, che consideravano la donna come un essere angelico e irraggiungibile. Invece l'amore di Petrarca per Laura è decisamente sensuale.

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Boccaccio

Giovanni Boccaccio

Contemporaneo al Petrarca e fiero paladino egli stesso di questa cultura umanistica, Giovanni Boccaccio (Firenze 1313 – Certaldo 1375) detiene il merito di aver mostrato la ricchezza e la duttilità della prosa toscana in volgare, mentre Dante invece si cimenta con la poesia in volgare. Dunque, se Dante ha costruito una commedia ultraterrena, quella del Boccaccio è decisamente una commedia umana del Boccaccio, tono cordiale e intensamente vitale. Nella sua opera principale, Il "Decameron", si incasella e stigmatizza tutta società del suo tempo, dalla nobiltà alla borghesia mercantile, dal clero ai contadini. Racconta di dieci giovani della buona società fiorentina, sette donne e tre uomini che, fuggiti dalla peste del 1348, si rifugiano in una villa di campagna e per far passare il tempo narrano ciascuno una storia su un argomento. Il tema cambia ogni giorno, scelto dal re o dalla regina della brigata. In totale sono cento novelle in dieci giorni (e infatti il titolo in greco significa proprio dieci giorni), che contribuiscono a fornire una vivacissima testimonianza della nuova società comunale, dei mutati costumi e della libertà intellettuale che vi fiorisce. La narrazione si svolge con una prosa particolarmente agile, raffinata ed espressiva, che salta efficacemente da un registro narrativo all'altro: le novelle accennano a eventi tragici come quelli che raccontano e descrivono la peste a Firenze, oppure si sviluppano intorno episodi comici. La tradizione ha dato alla parola “Boccaccesco” un significato riduttivo, come se l'opera si potesse ridurre a una mera raccolta di novelle erotiche. Invece nel Decameron, accanto alla nota celebrazione della giovinezza e dell'amore, vi sono temi profondi come l'esaltazione dell'intelligenza, della ragione, del decoro. Con quest'opera, la fama del Boccaccio si espande in tutta Europa Boccaccio guadagna una notevole fama che lo fa conoscere in tutta Europa. La sua amicizia col Petrarca si approfondisce in quegli anni (1349 – 1351) e ha inizio una fase erudita e classicistica per la sua produzione letteraria, che continuerà quasi interamente in latino.

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Dante

Dante Alighieri

La complessità propria di questi tempi e la cultura comunale appaiono ben incarnate e riassunte nell'opera di Dante Alighieri (Firenze 1265 – Venezia 1321). È vissuto tra il Due ed il Trecento, in un periodo in cui le vicende politiche dell'Italia incidono profondamente sulla vita dei singoli, mentre si assiste a un generale rifiorire della cultura, delle arti e della letteratura. La sua breve esperienza politica si concluderà con l'esilio a vita da Firenze, dal 1301, in seguito alla sconfitta subita dai Guelfi Bianchi, ai quali ha aderito, ad opera dei Guelfi Neri. Al periodo precedente l'esilio risale "La Vita Nova", in cui narra la vicenda del suo amore mai consumato per Beatrice, dall'incontro fino alla morte della donna. Durante l'esilio compone i cento canti della "Commedia", definita dal Boccaccio "divina" per sottolinearne la sublimità. Quest'opera grandiosa rappresenta una sintesi della cultura medievale e al tempo stesso un'allegoria della vita umana nel suo viaggio terreno verso la salvezza, quindi è un'esperienza universale. La "Divina Commedia" fu iniziata probabilmente intorno al 1307 e portata a termine negli ultimi anni della vita di Dante. Egli la denomina Commedia per il lieto fine, dato dalla visione di Dio nel Paradiso ma anche dalla scelta compiuta del volgare. Essa, divisa in tre Cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso) di 33 canti ciascuna, composti in terzine incatenate di endecasillabi, descrive il viaggio immaginario di Dante nell'Oltretomba compiuto nel 1300, l'anno del Giubileo. Virgilio lo guida nell'Inferno e nel Purgatorio in un cammino verso la salvezza, verso la beatitudine della visione divina in Paradiso. La lingua utilizzata è certo ciò che ha maggiori conseguenze perché, fino a quel momento, la lingua della cultura in uso presso gli intellettuali era ancora il latino, mentre i vari volgari locali venivano riservati a composizioni poco impegnative, come le poesie d'amore. Scegliere il volgare per un'opera di straordinaria ricchezza e varietà di contenuti, colma di riferimenti filosofici, teologici, astronomici, storici, sembra una provocazione culturale, e Dante subisce rimproveri per questo, ma la sua scelta coraggiosa dimostra in modo tangibile che il volgare può essere uno strumento valido quanto il latino per trattare qualsiasi materia.
La questione della lingua viene approfondita in un'altra opera di Dante, il "De vulgari eloquentia", dove, stavolta in latino, egli riflette anche sull'arte dello scrivere e si dimostra fondamentalmente convinto della pari dignità del volgare italiano rispetto alla lingua francese ed al latino. Infatti osserva che, sebbene sia vero che nessuno tra i quattordici principali dialetti in uso nella penisola presenti le qualità necessarie per imporsi sugli altri, esiste però un'unità linguistica realizzata dai poeti siciliani e toscani, che tramite le loro opere hanno raffinato i rispettivi linguaggi locali.

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