L'Unità d'Italia in breve

di Alex Pinturicchio tramite: O2O difficoltà: media

L'Unità d'Italia non fu facile e, gli avvenimenti storici che portarono a questa unione, si protrassero per gran parte del 1800. Caduto Napoleone, si riunì il Congresso di Vienna (1814-1815) per dare all'Europa un nuovo assetto. Esso si propose di ripristinare le condizioni politiche e sociali esistenti prima della rivoluzione francese. Perciò il periodo che immediatamente seguì al 1815 fu detto "Restaurazione". L'Austria, per merito del cancelliere Clemente di Metternich, ottenne la presidenza della Confederazione Germanica e il predominio in Italia col possesso del Lombardo-Veneto. Il resto della penisola andò diviso tra i seguenti Stati: Regno di Sardegna sotto Vittorio Emanuele I; Ducato di Parma sotto Maria Luisa d'Austria; Ducato di Lucca temporaneamente sotto i Borboni; Ducato di Modena sotto Francesco IV d'Asburgo-Este; Granducato di Toscana sotto Ferdinando III di Asburgo-Lorena; Stato della Chiesa sotto Pio VII; Regno delle Due Sicilie sotto Ferdinando I di Borbone; Principato di Monaco e Repubblica di San Marino. Ad eccezione della Toscana e di Parma, governate in modo abbastanza illuminato, negli altri Stati Italiani si ritornò ai sistemi di governo più retrivi. Fautori della Restaurazione si dimostrarono la maggior parte degli aristocratici, del clero e delle masse contadine; suoi avversari, gli elementi della borghesia più colti e aperti, che si dissero genericamente "liberali". Uno strumento della Restaurazione fu la Santa Alleanza, stretta all'indomani del Congresso di Vienna fra le maggiori potenze europee. Aveva il compito di reprimere, anche con le armi, ogni tentativo di ribellione all'ordine costituito. Continuiamo adesso con questa guida sul racconto dell'unità d'Italia in breve.

1 Perseguitati dai governi assoluti, i liberali furono costretti ad agire di nascosto e a tale scopo si organizzarono in "società segrete". Dopo il 1815 si diffuse in Italia la "Carboneria". La prima insurrezione carbonara scoppiò in Spagna nel 1820 tra le truppe in partenza per l'America. Il re Ferdinando VII fu costretto a promulgare la costituzione. A Nola, nel luglio, insorsero anche i Carbonari del Napoletano, guidati dai tenenti Morelli e Silvati; poi il generale Guglielmo Pepe, postosi a capo della rivolta, marciò sulla capitale, obbligando Ferdinando I a concedere la costituzione. Ma un esercito austriaco, inviato dalla Santa Alleanza, sconfisse il generale Pepe e ristabilì il governo assoluto nel Regno delle Due Sicilie. Nel marzo del 1821 scoppiava l'insurrezione in Piemonte. Vittorio Emanuele I abdicò in favore del fratello Carlo Felice, in quei giorni assente dal regno. La reggenza fu assunto da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, che concesse la costituzione reclamata dagli insorti; ma Carlo Felice sconfessò l'operato del reggente e fece appello all'Austria, riuscendo così facilmente a vincere gli insorti a Novara. Repressi i noti del '20 e del '21, la reazione infierì in tutta Italia, eccetto che in Toscana. La Santa Alleanza decise poi l'intervento anche in Spagna, dove, nel 1823, un esercito francese ristabilì l'assolutismo.

2 In Italia, nel 1831 i Carbonari emiliani prepararono un moto sotto la direzione di Ciro Menotti, che cercò di guadagnare alla sua causa il duca di Modena. Ma costui si ritrasse dall'impresa alla vigilia dell'insurrezione, facendo arrestare i capi di essa, tra i quali il Menotti. La rivolta scoppiò ugualmente nelle legazioni pontificie e nei Ducati di Modena e di Parma, ma l'Austria in breve tempo ristabilì i sovrani spodestati. Il moto del 1831, benché fallito, segna un progresso nei confronti dei precedenti moti carbonati, poiché vi parteciparono strati della borghesia che non avevano agito nel '20 e nel '21. Tuttavia si commisero gli stessi errori di dieci anni prima. Attraverso questi insuccessi i patrioti italiani si convinsero che la libertà non poteva essere assicurata senza l'indipendenza dall'Austria. Occorreva seguire una nuova strada che evitasse gli errori dei Carbonari e questa strada fu indicata da Giuseppe Mazzini.

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3 Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1805, si affiliò fin da ragazzino alla Carboneria, ma nel 1831, dopo un periodo di prigionia a Savona, se ne staccò, fondando a Marsiglia la "Giovane Italia".  Questa si proponeva di risvegliare nel popolo la coscienza nazionale, per fare di esso il protagonista dei moti rivoluzionari.  Approfondimento Le guerre d'Indipendenza: guida (clicca qui) Suo programma politico era: unità, indipendenza, libertà e repubblica.  La prima attività della Giovane Italia si svolse nel Regno di Sardegna, dove nel 1833 furono arrestati e condannati alcuni dei suoi affiliati.  L'anno dopo, Mazzini tentò l'invasione della Savoia con una colonna di esuli agli ordini di Gerolamo Ramorino, ma l'impresa non riuscì.  Contemporaneamente falliva l'insurrezione di Genova, dove il giovane marinaio Giuseppe Garibaldi, che doveva capeggiare la rivolta, riusciva a stento a salvarsi.  Nel 1844 i fratelli Bandiera, ufficiali della marina austriaca, conquistati dalla propaganda mazziniana, disertarono e si rifugiarono a Corfù, da dove si imbarcarono alla volta della Calabria nell'intento di accendere la rivoluzione.  Arrestati dalla gendarmeria borbonica, furono fucilati nel Vallone di Rovito, presso Cosenza.

4 Dopo il 1940 le aspirazioni alla libertà e all'indipendenza erano in Italia quasi universali. Sorsero così programmi politici nuovi. I programmi dei moderati parvero destinati a realizzarsi quando nel 1846 venne assunto al pontificato Pio IX, che concesse numerose riforme politiche. Nel gennaio del '48, la rivoluzione di Palermo costrinse il re di Napoli a concedere la costituzione. Il granduca di Toscana, Carlo Alberto e il Papa dovettero seguire il suo esempio. Il momento di agire era giunto e il 17 marzo 1848 Venezia insorse e gli austriaci furono costretti a fuggire da molte altre città del Veneto. A Milano si combatté per cinque giorni, dal 18 al 2 marzo 1848, e alla fine gli austriaci furono costretti a ritirarsi.

5 Fu l'inizio delle guerre d'Indipendenza. La prima durò dal 27 marzo 1848 al 20 marzo 1849. Il 29 marzo l'esercito piemontese varcò il Ticino. Dalla Toscana, dalla Stato Pontificio, dal Regno di Napoli, giunsero truppe regolari a cui si unirono molti volontari. Con le battaglie di Valeggio, di Monzambano, di Pastrengo, l'esercito piemontese respinse il nemico a oriente di Peschiera. Ma il sogno di vittoria durò poco, Pio IX ritirò le milizie e così fecero gli altri principi. Mentre le file dell'esercito piemontese si andavano assottigliando, il generale Radetzky tentò di assalire alle spalle l'alas destra dell'esercito nemico di là del Mincio. A sbarrargli il passo furono i volontari toscani, quasi tutti studenti, schierati nella pianura intorno a Curtatone e Montanara. Il loro eroismo permise ai Piemontesi di organizzarsi per la battaglia decisiva, che fu combattuta a Goito. Dopo una sanguinosa lotta, gli Austriaci si ritirarono nuovamente. Anche a Peschiera il nemico fu vinto, ma questa fu l'ultima vittoria dei piemontesi. L'esercito austriaco si rinforzò con truppe fresche e contrattaccò vittoriosamente. I Piemontesi, sconfitti a Custoza, dovettero retrocedere sino alle porte di Milano. L'armistizio fu firmato dal generale Salasco nei pressi di Vigevano (Pavia). Il 20 marzo 1849 la guerra venne ripresa. L'esercito austriaco entrò in Piemonte e occupò Novara. Era la fine. Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Il giovane re dovette trattare la resa col generale Radetzky a Vignale. La prima guerra d'Indipendenza era così perduta.

6 La seconda guerra d'Indipendenza durò dal 23 aprile 1859 al 6 luglio 1859. L'abile politica di Camillo Benso conte di Cavour procurò all'Italia l'amicizia della Francia. Gli austriaci passarono il Ticino e la Francia intervenne con un esercito al comando dell'Imperatore. Il primo urto si ebbe a Magenta. L'esercito austriaco fu costretto a ritirarsi sulla linea difensiva del Mincio. Vittorio Emanuele, a fianco dell'imperatore francese, entrò trionfalmente in Milano (8 giugno 1859). La battaglia decisiva si svolse, però, sulle alture di S. Martino e Solferino, dove la vittoria arrise ai Franco-Piemontesi. Già si sperava nella liberazione del Veneto, quando improvvisamente Napoleone III ritirò il suo esercito e a Villafranca firmò un armistizio con l'Austria. Vittorio Emanuele firmò a sua volta anche se con rammarico. Intanto le popolazioni dell'Emilia, della Romagnas e della Toscana chiesero di essere annesse allo Stato piemontese. Nizza e Savoia, com'era stato convenuto con Napoleone III, passarono alla Francia.

7 All'unificazione mancava ancora il Mezzogiorno. E questa unificazione al resto della Penisola fu preparata da alcuni patrioti siciliani con Garibaldi. Perché il generale potesse intervenire nei fatti del Regno delle Due Sicilie occorreva che vi fosse richiamato da una rivolta. Rosolino Pilo, Francesco Crispi, La Malsa e La Farina, siciliani, prepararono l'insurrezione di Palermo alla quale il generoso nizzardo subito rispose salpando da Quarto (Genova) coi suoi fedeli volontari. La notte del 5 maggio 1960, di fronte alla scogliera di Quarto, due navi mercantili, il "Lombardo" e il "Piemonte", erano alla fonda. Gli uomini che Garibaldi comandava erano poco più di Mille. Nino Bixio ne era il luogotenente. Le due navi presero il largo e si diressero verso la Toscana. A Talomone fecero provviste di viveri e di munizioni e poi ripartirono puntando verso sud. L'11 maggio il piccolo esercito sbarcò a Marsala. Garibaldi, giunto a Salemi, lanciò un proclama ai Siciliani per invitarli ad unirsi a lui nella lotta di liberazione dell'isola. Vinta la resistenza borbonica a Calatafimi, la via di Palermo era aperta. Dopo una nuova vittoria riportata a Milazzo, Garibaldi da Messina passò lo stretto e sbarcò a Melito sul continente. Occupata Reggio, ricevette a Villa S. Giovanni la resa delle truppe borboniche. Una marcia ininterrotta lo portò a Napoli dove entrò da trionfatore il 7 settembre. La battaglia decisiva avvenne sulle rive del Volturno, dove il nemico venne travolto. Garibaldi, oltrepassò il fiume e riprese la marcia in direzione di Capua. Le truppe regie italiane che, per ordine di Cavour, avevano occupato le Marche e l'Umbria, marciando verso il Sud, vennero a contatto con quelle di Garibaldi nei pressi di Gaeta. A Caianello, presso Teano, il grande eroe si incontrò con Vittorio Emanuele II. Dopo l'annessione delle Regioni meridionali, il parlamento piemontese, il 17 marzo 1861 proclamò Vittorio Emanuele II Re d'Italia. Un nuovo grande Stato nazionale venne così a prendere posto tra gli Stati Europei: l'Italia.

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