Breve analisi de "L'Infinito di Leopardi"

tramite: O2O
Difficoltà: media
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Introduzione

Giacomo Leopardi nacque a Recanati dal conte Monaldo e dalla marchesa Adelaide Antici. La madre di Leopardi fu una donna piena di vigore ed energia, e dal carattere austero, nonostante questo, la madre manifestò dolcezza, tenerezza e un profondo affetto nei confronti del primogenito Giacomo. I primi passi nel mondo della conoscenza, Giacomo Leopardi li ricevette da due preti marchigiani. Successivamente, nella biblioteca paterna, si arricchì di una cultura inimmaginabile. Lo studio intenso e snervante ebbe per lui, però, delle conseguenze fortemente debilitanti a livello fisico, si possono definire anche irrimediabili, infatti, gli procurarono un'artrosi deformante alla spina dorsale, e un'infiltrazione polmonare. Da questo enorme impegno colmo di passione, ma anche di depressione e isolamento, la sua mente partorì un'opera straordinaria, "L'infinito". Studiò lingue moderne, latino, e greco. S'interessò a varie materie e tematiche come l'astronomia, le scienze naturali e la filosofia. Giacomo Leopardi fin da giovanissimo manifestò un profondo interesse per la letteratura e la poesia. I problemi legati alle sue malattie fisiche incontrate nell'arco della sua intera vita, non gli dettero tregua, tanto da innescare in lui un profondo scoraggiamento, e una visione negativa nei confronti della vita, responsabile di averlo trattato iniquamente. Col passare degli anni divenne sempre più pessimista, non ebbe più un forte contatto con la religione. Per trovare un po' di conforto, si rifugiò nella filosofia meccanicistica. Cominciò a lavorare presso gli uffici della Curia Papale a Roma. Finito il lavoro a Roma, si recò a Milano, Bologna e Firenze, dove praticò diverse attività. Tra il ventiquattro e il ventisette del diciannovesimo secolo, scrisse numerose opere tra cui le "Operette Morali" e una lirica dal titolo "L'epistola in versi al Conte Pepoli". Nel 1828 si trasferì a Pisa, nella speranza che il clima più mite potesse alleviare i dolori causati dalle sue condizioni fisiche. Qui scrisse "Il Risorgimento" e "I Canti". Fu eletto deputato del collegio di Recanati, compito che non fu in grado di adempiere, a causa dell'occupazione austriaca. A Firenze, si trovò davanti all'ennesima cocente delusione. Qui Conobbe una nobildonna, Fanny Targioni Tozzetti. Giacomo s'innamorò di questa donna e s'illuse che la donna contraccambiasse il suo amore. Quando scoprì che la nobildonna nei suoi confronti provava solo compassione, cadde in una profonda depressione. Si recò, su invito, a Torre del Greco presso l'amico Antonio Ranieri. Nel 1837 morì colpito da asma e idropisia. Qui v'illustrerò una breve analisi del suo capolavoro, "L'infinito".

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Giacomo Leopardi, dal punto di vita letterario si può considerare come un classico. Successivamente esterna il suo animo romantico attraverso la concezione disperata dell'esistenza, e tramite l'amore verso l'ammirazione sentimentale, e l'uso di un linguaggio brillante, anche se spesso utilizza latinismi e arcaismi. La sua vita intrisa di dolore e infelicità lo portò ad allinearsi con il pessimismo del filosofo tedesco Schopenhauer, ovvero all'idea che il dolore è universale e cosmico. Bisogna valutare che nonostante Leopardi sia considerato il poeta del dolore universale, in alcuni suoi canti, come ad esempio "L'infinito", si può avvertire che la prima fonte della sua ispirazione non è il dolore, ma la gioia. Leopardi scrisse L'Infinito a Recanati nel 1819. Il capolavoro è uno dei componimenti che furono pubblicati con il nome di "Piccoli Idilli". Un colle solitario, una siepe, il lieve fruscio del vento tra le piante sono gli elementi sensibili da cui derivano la meditazione lirica del poeta, e la sua propensione psicologica. Il pensiero di Leopardi si addentra e scaturisce dal sentimento regalatogli dall'infinito e dall'eterno. Infatti, la sensazione di disfacimento della sua personalità è riscontrabile nella frase "dolce naufragar" presente nell'ultimo verso della poesia.

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Attraverso la poesia "L'infinito" il poeta ci offre la sua completa disponibilità, sia nel lato sentimentale, sia in quello psicologico. Nei versi vengono esaltate la semplicità, la chiarezza e l'essenzialità del linguaggio. L'uso dell'endecasillabo sciolto conferisce diversi ritmi alla poesia. La poesia inizia con l'avverbio "sempre". Leopardi utilizza quest'avverbio per conferire all'opera, un tono grave, assoluto, definitivo, immodificabile. Con "quest'ermo colle", il poeta si riferisce al monte Tabor, situato presso Recanati. Spesso Leopardi si recò al monte Tabor per fare delle passeggiate. La frase "che tanta... Esclude" esprime il concetto inerente alla siepe che offusca la vista del più lontano orizzonte. Il verso "sedendo e mirando" ci illustra l'immagine di Leopardi seduto per terra accanto alla siepe, ma soprattutto rappresenta un'interpretazione interiore in quanto quell'ostacolo, ovvero la siepe, impedisce la vista. Il vedere diventa un perlustrare il nostro mondo interiore, il nostro "infinito".

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Con la frase" interminati spazi... Mi fingo", si possono immaginare spazi infiniti, silenzi profondi, non appartenenti al mondo reale. Leopardi ci trasmette una calma assoluta e immutabile. Con i tre aggettivi presenti nella frase, riesce a comunicare un senso intenso di smarrimento. Con "ove per poco... Spaura", l'infinito trasmette un senso di vertigine, un profondo turbamento dell'animo che ci incute paura. Mentre con la frase "E come.... Il suon di lei", si può udire la voce del vento, che è paragonabile alla siepe, infatti, come lei rappresenta un limite nello spazio. Nella parte finale dell'opera troviamo la parola "s'annega", interpretabile con il significato di "si smarrisce". La frase finale "il naufragar m'è dolce in questo mare" indica che il piacere e la gioia, non derivano da ciò che il poeta sta ammirando, ma dall'attività dell'osservare, quindi dal rimanere in oblio, e dal perdersi rassegnato e senza ribellione.

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Il capolavoro può essere suddiviso in due parti. La prima parte descrive dettagliatamente il concetto dell'infinito attraverso lo spazio, mentre la seconda analizza l'infinito attraverso il tempo. Sul colle, una siepe può rendere impossibile la visualizzazione dell'orizzonte. La siepe non deve essere compresa solo come un ostacolo alla vista, ma s'interpreta come il mezzo utile per stimolare l'interiorità del poeta, e lo strumento utile alla meditazione. Con l'arrivo del vento e con il suo delicato rumore, il poeta viene riportato alla realtà presente intorno a lui, ovvero alle cose finite. Con questo capolavoro, Leopardi ci ha donato un'analisi introspettiva profonda, sentimentale, poetica, del suo mondo interiore, esternato attraverso la meditazione, e la contemplazione dei luoghi da lui frequentati abitualmente.

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